Pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia

'Io felice del mio matrimonio combinato'

Mezzi di codificazione da alcool

Il titolo del pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Mi fa la lista. Seguono svariati libri di storia, in inglese. Alcuni sono in arabo. Lo capisco qui. La necessità di traslocare, di lasciare, di azzerare tutto. La letteratura intesa come vita — sorriso, occhi e sangue — e non come alambicco accademico, sfogo durante fumose discussioni.

Poi ha fatto un film, Io sto con la sposa. Ho inseguito a lungo Del Grande. Quando ho letto il libro mi si è chiarificata una cosa, lampeggiante. Non serve fare una intervista canonica a Del Grande. Il libro mette in discussione tutto il nostro vocabolario. Parole come bene e male, tradimento e pietà, guerra e prigionia — che per i militanti è una prova religiosa utile a santificare la loro missione, cauterizzando ogni tentennamento — paura e potere, hanno un significato diverso in quel contesto, spesso opposto.

Davide Brullo. Viaggio è affermazione di sé. Lo è per chi attraversa il Mediterraneo rischiando la vita sulle rotte del pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia, che sia per inseguire la chimera del proprio riscatto sociale o per mettersi in salvo da una guerra. Viaggio è affermazione di sé per chi, come me, da un decennio attraversa il mondo inseguendo le storie che fanno la storia e col senno di poi si rende conto di aver scritto la propria, di storia.

Viaggio non ha nulla a che fare con il turismo. Aleppo, Il corpo senza vita di un combattente della brigata islamista Ahrar al-Sham nella moschea di Sukkari photo Alessio Genovese. Confesso di avere un problema con i participi presenti del burocratese politicamente corretto. E poi da autore mi piace chiamare le persone con le parole con cui esse stesse si definiscono. In arabo si usa una parola ancora più carica di significato: harraga. Noi diremmo bruciare un semaforo per uno che è passato col rosso.

A Tunisi, Algeri o Tangeri dicono bruciare la frontiera per chi prende la scorciatoia del mare spesso dopo aver ricevuto un diniego alla richiesta di visto in qualche ambasciata europea.

I bruciatori, harragasono gli inarrestabili, i corsari di questo Mediterraneo trasformato in cimitero dalle norme sui visti scritte a Bruxelles in questi decenni. Perché non è dalla guerra che si fugge, ma dalla miseria.

Dai quartieri popolari di Gabes, Wahran o Khouribga partono i figli dei ceti più poveri, siano essi contadini o operai, con in testa un unico obiettivo: cercare un salario e cambiare il proprio destino. Una volta attraversato il mare, vincere sarà un imperativo sociale. Bruciare è anche questo: per chi arriva in Europa non è ammessa la sconfitta.

Vale lo stesso anche oggi per gli harraga e le loro personalissime lotte contro la miseria. Chi non riesce non tornerà a casa da sconfitto.

Dawla è una sfida. Finora avevo sempre raccontato il punto di vista delle vittime. Ho deciso di andare a parlare con i jihadisti per scrivere una storia orale dello Stato islamico in Siria. Mi sentivo chiamato dalle loro storie per un duplice motivo.

Dovendo scegliere, risponderei una cella e un cimitero. La cella è quella dove sono stato detenuto per quattordici giorniundici dei quali in totale isolamento, per aver cercato di indagare sui rapporti fra servizi segreti turchi e gruppi jihadisti in Siria.

Le loro celle rappresentano la sconfitta delle ambizioni democratiche del paese, ma allo stesso tempo sono la rappresentazione plastica della forza di quelle stesse ambizioni. Sono cioè storie di forza e non di debolezza. Storie di resistenza e non di sconfitta. La Turchia che mi piace guardare è questa Turchia in cella, non la Turchia della deriva autoritaria, non la Turchia della censura, delle avventure militari in Siria e della repressione militare dei movimenti curdi, non la Turchia delle nuove élite arricchitesi negli anni del boom economico e vicine al potere islamista e nazionalista.

E il dato reale è probabilmente molto più grande, perché buona parte dei naufragi sono avvenuti in alto mare senza che stampa e autorità ne abbiano mai ricevuto notizia.

Quella grande fossa comune ci interroga sulla nostra indifferenza, non tanto e non solo dei nostri governi, ma in primis delle nostre società che hanno ormai imparato a convivere con questi numeri da guerra in frontiera.

È una storia potente di mescolamenti di popoli e di culture. Una storia più forte delle paure e delle narrazioni contro la mobilità umana. Il destino di milioni di noi si è intrecciato con quello di altrettanti abitanti della riva sud. Sono storie di amici, di parenti acquisiti, di amori, di affari, di viaggi, di scoperte.

Sono un anticipo del futuro. Chissà che un giorno, nonostante il nostro ritardo sulla storia, quel cimitero in fondo al mare pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia finisca per diventare un ponte. Diciamo che la clausura è un buon modo per superare la prigione. Restare 24 ore al giorno in totale solitudine non è facile. Durante i miei undici giorni di isolamento a Mugla, in Turchia, mi erano stati messi a disposizione un Corano in arabo e un manuale di conversazione in turco.

In una settimana memorizzai buona parte del frasario turco che poi praticavo improvvisando pretestuosi dialoghi con le guardie durante i frequenti controlli della cella, ed ebbi il tempo per rileggermi per intero il Corano. Per me era un modo per occupare il tempo con lo studio. Per i detenuti jihadisti nella cella a fianco alla mia era invece un modo per resistere.

Ricordo un libico di Tripoli con cui riuscii a parlare una sera per qualche minuto attraverso gli spioncini delle porte delle nostre celle prima che le guardie se ne accorgessero e si affrettassero a chiuderli urlandoci addosso. Il libico era stato fermato cinque mesi prima in frontiera mentre andava a unirsi al fronte. Dallo spioncino vedevo solo i suoi occhi, ma riconobbi la sua voce. Era la voce che risuonava cinque volte al giorno nel corridoio della nostra sezione quando intonava la chiamata alla preghiera.

Nella sua cella non facevano altro dalla mattina alla sera. Preghiera e memorizzazione del Corano. In questo senso il carcere spesso non fa che fortificare le convinzioni degli esponenti dei gruppi di lotta armata dei movimenti islamisti, senza parlare della possibilità di incontrare dietro le sbarre leader e guide spirituali di quegli stessi movimenti che in cella hanno la possibilità di fare proseliti anche fra molti detenuti comuni trasformando il carcere in un grande campo di indottrinamento e addestramento.

Altrimenti non sarà mai la pace, ma saranno soltanto le macerie della vittoria finale. Dopodiché alcuni lo chiameranno compromesso e altri tradimento. Ed è proprio per questo che diffido molto del termine.

Il che in guerra equivale a una condanna a morte e in pace alla macchina del fango. Ora, essendo io un inquieto cultore del dubbio e della ricerca, non posso che provare simpatia per alcune delle suddette categorie di tradimenti, a discapito delle certezze monolitiche e monoteiste di chi pretende di possedere una morale e pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia verità assoluta.

E questo sia perché la natura umana è debole e costellata di tradimenti, errori ed erranze. Sia perché, come dicevo pocanzi, grandi statisti e pensatori del passato sono spesso stati additati come traditori, eretici o folli, per aver indicato una strada troppo pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia anticipo sul loro tempo. Bambino alla finestra osserva un gruppo di miliziani in strada photo Gabriele Del Grande.

Rinuncia alla propria individualità, alla propria libertà, al proprio raziocinio. Insieme a una trentina di giovani uomini candidati come lui alla stessa posizione, viene bendato e fatto salire su un autobus che li porterà alla sede del corso.

Una volta arrivati a destinazione, nei sotterranei di una vecchia scuola di campagna, il loro addestratore distribuirà loro come prima cosa dei passamontagna neri da indossare. Né durante i pasti, né durante le preghiere e nemmeno durante il sonno. Affinché nessuno conosca mai la loro vera identità. Chiaro che in Dawla tutto è amplificato, è la guerra ed è il totalitarismo.

Bene e male sono le prime vittime di ogni pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia, assieme alla verità. Nel senso che sul fronte lo scontro non è fra buoni e cattivi. Lo scontro è fra gruppi di potere, a livello nazionale e internazionale, ed è mosso esclusivamente da interessi molto materiali ovvero il controllo di territori e risorse.

Per convincere migliaia di uomini a combattere non basta un buon salario. In questo senso il bene e il male sono importanti e come in guerra. Perché definiscono da che parte della trincea posizionarsi. Queste narrazioni arrivano sul campo di battaglia e orientano le scelte di chi decide di impugnare le armi in una sorta di scontro finale fra le forze del bene e del male.

Perché il male poi esiste eccome. Soltanto in Siria parliamo di mezzo milioni di morti in sette anni. E tuttavia il male, per quanto efferato, non è mai disumano.

Mi spiego: sarebbe troppo sbrigativo liquidare le azioni anche più cruente come pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia frutto di menti malate. Farlo ci costringe ad abbandonare il comodo e illusorio punto di vista della lotta fra il bene e il male, ci costringe a osservare gli aspetti più oscuri della nostra imperfetta umanità.

Ed è scomodo perché non ci assolve. Non ci dà cioè la certezza che al posto di altri saremmo stati vittime e non invece carnefici. Se mi dici segreto, ti dico servizi pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia. I grandi manovratori oscuri dietro ogni guerra.

E sono infine i servizi segreti del Dawla pane arabo di sciocchezze di moglie di fotografia, che da Istanbul al Golfo, dagli Emirati alle città europee, pianificarono la terribile stagione degli attentati in Europa prima che la Coalizione internazionale avesse la meglio sul terreno e che in questo momento stanno riorganizzando la guerriglia degli anni a venire. Potere è uno dei temi sullo sfondo del libro. Per chi combatte, potere è uccidere. Potere è decidere della vita e della morte di un altro uomo.

Ma prima ancora è cessare di temere la morte. Più forte di tutto, anche della stessa morte, di cui aveva sconfitto la paura e anzi aveva imparato a desiderare grazie al culto del martirio.