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Voce principale: Centro storico di Vicenza. Borgo San Il nome di una targa da dipendenza alcolica da nell'Otto-Novecento chiamato anche Quartiere di Trastevere è la parte del centro storico di Vicenza sviluppatasi fin dall'epoca romana al di là del Bacchiglione lungo le antiche strade che uscivano a est della città, nell'area compresa tra il fiume e la cinta fortificata scaligera costruita nel XIV secolo. Nel a. Il ponte - che aveva un orientamento diverso dall'attuale - era a tre arcate di pietra, una quarta fu aggiunta nel su progetto del Palladio [3].

Al il nome di una targa da dipendenza alcolica da là del ponte, staccandosi dalla Via Postumia che di dirigeva verso nord-est, iniziava anche un'altra strada romana che collegava Vicenza con Padova. È molto probabile che già a quel tempo, in epoca romana quindi, lungo queste due strade - poi chiamate contrà Santa Lucia e contrà della Fontana Coperta - si fossero sviluppati nuclei di abitazioni che in seguito formarono il borgo.

Intorno al IX-X secolo fu costruita intorno alla ristretta area urbana la cinta di mura altomedievali, con la porta di San Pietro [4] che consentiva il transito alle parti della città al di là del fiume e che dava loro il nome di Porsampierosecondo la vecchia dizione e le descrizioni del Castellini [5] ; in quel periodo è certa la formazione del borgo articolato in contrade, che vengono citate nel Decreto edilizio vicentino del [6]. Essendo al di fuori delle mura cittadinela chiesa aveva il fonte battesimale e la cura d'anime su un ampio territorio, esteso fino alla pieve di Santa Maria di Bolzano Vicentino.

Prima del X secolo a poca distanza dalla sponda sinistra del fiume fu fondato il monastero benedettino di San Pietro, dapprima probabilmente maschile, poi femminile [9]. Dopo il Mille i vescovi assegnarono in feudo alle benedettine una notevole quantità di possedimenti, tutt'intorno al monastero ma anche altri in tutto il territorio vicentino. Dal monastero dipendevano anche altre chiese, alcune all'interno del borgo San Pietro, come quella di San Vitale, prospiciente la piazza sulla quale si affacciava il monastero, sull'area in cui nell'Ottocento fu costruito l'Istituto Trento [10]e quella di Sant'Andrea, nei pressi della Corte dei Roda [11].

La chiesa di Sant'Andrea è citata in documenti del e delmediante i quali la badessa di San Pietro investiva gente del posto di terreni e case nella zona vicino alla chiesa. Dal XIII al XV secolo fu sede parrocchiale, il che testimonia l'esistenza della contrada, officiata da un sacerdote secolare nominato dalla badessa del monastero. Agli inizi del Quattrocento la chiesa risulta fosse abbandonata e cadente, anche perché si trovava in un'area spesso alluvionata dalle esondazioni del Bacchiglione [12].

Situato lungo una delle due principali strade che uscivano dalla città attraverso la Porsanpierosicuramente il borgo era esistente nell'Alto Medioevo. Nel le benedettine di San Pietro affittarono un appezzamento di il nome di una targa da dipendenza alcolica da per costruire "un ospitale per benefizio dei poveri", chiamato Chà di Diola cui chiesa, intitolata a san Giuliano l'ospitaliererisulta esistente fin dalannessa all'ospitale per mendicanti e pellegrini che transitavano sulla strada tra Vicenza e Padova.

Quello di San Giuliano fu in quest'epoca uno tra i più importanti ospitali situati nei dintorni della città, tanto che nel alcuni privati cittadini si proposero di aiutarlo economicamente per essere partecipi dei frutti spirituali delle opere di pietà e carità [13].

Diventata proprietà della municipalità cittadina, dopo il ritiro delle benedettine, fu associata alla chiesa di San Vincenzo e le fu attribuita la cura d'anime nel territorio circostante. Divenne tradizionale luogo di incontro tra la cittadinanza e i vescovi - quasi tutti veneziani nel XV secolo - nel giorno del loro ingresso nella diocesi vicentina [15]. Tutto questo fa pensare che anche dopo ilnonostante la costruzione delle mura avesse ridotto a contrada la parte interna dell'abitato, la parte esterna del borgo sia rimasta in notevole comunicazione con la prima, favorita dal fatto che la porta, in periodo veneziano, aveva solo una funzione di barriera per la riscossione del dazio.

Il nome di questo borgo - e quindi la testimonianza della sua esistenza nel XIV secolo - come uno tra i burgorum Sancti Petri Civitatis Vincentie è citato nel "Testamento di Guglielmo Bolognini" del [16]. Si trattava dell'abitato intorno al convento di San Domenico, fatto costruire intorno al dalle domenicane ; completamente rifatti nel XV secolo e successivi [17]chiesa, chiostri ed edifici del convento sono attualmente sede del Conservatorio di musica "Arrigo Pedrollo".

Questi varchi erano - partendo dalla prima contrada orientata verso nord e continuando in senso anti-orario - la porta del borgo di San Vito o di Santa Lucia che portava alla coltura di San Vito ; quella il nome di una targa da dipendenza alcolica da borgo di Lisiera; la porta delle Roblandine, alla fine dell'attuale contrà San Domenico; quella di Camisano o delle Torricelle o di Padova, che volgeva in direzione di Padova e infine la porta di Camarzo [20]posta vicino al monastero di San Pietro.

Un paio di secoli più tardi, nelle monache di San Pietro fecero chiudere anche la Porta di Camarzo [22]. La nuova cinta muraria iniziava a poche decine di metri dall'attuale ponte degli Angeli sulla riva sinistra del Bacchiglione, continuava sul lato esterno di contrà Torretti il cui toponimo ricorda le piccole torri che scandivano il decorso delle mura [23] e per contrà Mure Araceli, dove si apriva la Porta Santa Lucia.

Nel punto in cui quest'ultima stradina - ora interrotta - sboccava in contrà Porta Padova, si ergeva l'omonima porta, della quale ora rimane un modesto rudere poco prima dell'incrocio con viale Margherita. Il muro è ancora discretamente conservato fino all'incrocio con contrà San Pietro, dove si ricollegava con il Bacchiglione - che, a quel tempo, formava un'ansa verso est, scorrendo praticamente parallelo all'attuale via Nazario Sauro - e si apriva la Porta di Camarzo.

Dai registri e dagli elenchi del Cinquecento si ricava che lo spazio all'interno della cinta muraria già allora si presentava caratterizzato da un maggior addensamento demografico e da un tasso di popolarità superiore a quello di altre parti della città. Dal XVI al XVIII secolo le famiglie del borgo l'insieme delle parrocchie di Santa Lucia e di San Pietro, comprese alcune frazioni presenti nelle colture da esse dipendenti rappresentavano quasi un quarto della popolazione cittadina [25].

In contrà Sant'Andrea erano numerosi i pellettierianche benestanti come Gaspare Manente titolare di un fillatorio et il nome di una targa da dipendenza alcolica da menato da l'acqua con una roda … uno follo da pelli, sega da legname, rode tre de molini. Ancora poche invece, fino al Settecento, le case con arnesi da lavorar sedaanche se in tutte le contrade vi erano tintori, lanari, tessari ….

Numerose le abitazioni con orto e cortile. Nel Settecento i rioni popolari di Santa Lucia e di San Pietro furono le zone della città tra più esposte al degrado e all'impoverimento, anche per l'aumento del numero di persone allontanate dai quartieri più benestanti e relegate nella periferia urbana; l'élite cittadina cercava di ridurre i contatti sociali con loro questo era soprattutto evidente nel caso di lavoratori impiegati in mestieri maleodoranti, come i conciatori, i macellai, ecc.

Sempre più, allora, la gente usciva dalle case, si riversava nelle strade, aumentando in senso positivo e negativo - cioè sia con le amicizie che con i litigi - la socializzazione di base. Negli ultimi decenni del Settecento in queste contrade, dalle quali si raggiungeva facilmente borgo Pusterla, zona di opifici, erano vivi il mestiere e l'arte di fabbricare le sete; i numerosi telai erano costantemente in funzione e i samitari i lavoranti del samitil drappo di seta intessuto con oro o argento con le loro famiglie dimoravano in maggior numero qui rispetto ad altre zone della città; peraltro vi era una sola filanda con 24 fornelli alle Fontanelle e un unico opificio collegato della Ditta Felice Savi [29].

Dopo la caduta della Serenissima nel e le campagne napoleoniche che ebbero ripercussioni negative sulla città e sul territorio, vi fu un lento ma progressivo declino dell'economia cittadina, determinato soprattutto dalla diminuzione, e poi dalla scomparsa, del lavoro e quindi del tessuto sociale collegati alla produzione della seta.

Durante le epidemie di colera deldeldel e delil morbo e i decessi si ebbero soprattutto nei quartieri più poveri che, per la scadente e insalubre struttura delle case e per la troppo alta densità della gente che abitava in spazi ristretti, ne erano più soggetti; questo accadde regolarmente in contrà San Pietro e nella Corte dei Roda.

Il ripetersi ogni pochi anni delle alluvioni - la più importante fu quella del - a discapito delle zone più basse della città, come quelle d'oltre Bacchiglione, le più penalizzate dalle piene disastrose del fiume contrà Torretti, Santa Lucia, la Corte dei Roda con la conseguenza di aumentarne il degrado.

Nella seconda metà del secolo, soprattutto in questo quartiere, vi fu un aumento graduale anche se non vistoso della popolazione cittadina, dovuto non solo al maggior numero di nati rispetto a quello dei morti, ma principalmente all'immigrazione dalle campagne in città, determinata da operai in cerca di lavoro e da poveri che i comuni della provincia spingevano verso la città per diminuire i costi del loro mantenimento. Un mutamento di conformazione del quartiere fu dato anche dal concentrarsi in esso di istituzioni cittadine di assistenza che, sommate a quelle religiose, lo rendevano non più la residenza di classi il nome di una targa da dipendenza alcolica da seppur poco abbienti, quanto piuttosto un luogo deputato alla raccolta e al controllo di quote instabili ed emarginate di popolazione povera [35].

Queste disposizioni furono realizzate con l'apertura dell'Asilo di mendicità negli ambienti dell'ex-convento di San Giuliano, opportunamente restaurati e attrezzati nel L'eccessivo affollamento dell'Orfanotrofio della Misericordia, verso la metà del secolo, rese necessaria una nuova sede per la sezione maschile, che fu trasferita nel in contrà San Domenico, dapprima nell'ex-convento delle cappuccine sotto la direzione dei padri pavoniani e poi, risultando insufficiente e inadeguata anche questa sede, quattro anni più tardi nell'attiguo ex-convento delle domenicane.

Qui furono allestiti alcuni laboratori per l'istruzione professionale e aule scolastiche per gli ospiti che - a norma di statuto - dovevano essere ragazzi e il nome di una targa da dipendenza alcolica da "orfani o in stato di abbandono, i quali non possano essere convenientemente aiutati in seno alle loro famiglie" ed erano accolti a convitto o a semiconvitto; alla direzione dell'istituto furono chiamati sacerdoti diocesani.

Questa istituzione sorse nel per iniziativa del sacerdote e professore del Seminario vescovile di Vicenza - divenuto in seguito vescovo di Treviso e quindi di Vicenza - Giovanni Antonio Farinache nei primi dieci anni di sacerdozio prestava anche servizio come cappellano a San Pietro. In questa parrocchia, costituita per gran parte da famiglie operaie, nel era stata portata da don Luca Passi l' Opera di Santa Dorotea e, nel febbraio dell'anno seguente, era stata istituita la Pia scuola di carità per le fanciulle povere.

Nel vi furono accolte, e seguite con appropriate tecniche didattiche, anche bambine cieche e sordomute [39] [40]. L'iniziativa mirava ad offrire all'infanzia un'adeguata assistenza ed educazione morale ed intellettuale, insieme con il sollievo e l'aiuto alle rispettive famiglie. Nel luglio fu inaugurato in alcuni locali in piazza dell'Isola il primo Asilo per l'Infanzia con una quarantina di bambini provenienti dalle famiglie più povere della città, molte delle quali del quartiere oltre Bacchiglione.

Il loro numero si accrebbe rapidamente, tanto che si rese necessaria per le fanciulle la il nome di una targa da dipendenza alcolica da delle suore dorotee.

L'istituzione degli oratori parrocchiali a Vicenza è collegata al clima politico e sociale degli anni successivi all'unificazione nazionale, nell'ambito del movimento cattolico preoccupato di proteggere e sostenere i valori e le tradizioni religiose in una società di ispirazione liberale e talora anche massonica. Venivano anche organizzati doposcuola per i il nome di una targa da dipendenza alcolica da piccoli, corsi di addestramento professionale per le ragazze le "scuole di lavoro" e per i giovani apprendisti [41].

A Vicenza il primo di questi fu l'oratorio femminile gestito dalle Suore delle Poverelle in contrà Santa Lucia. Lo scrittore borghigiano Vittorio Meneghello narra che i popolani di Santa Lucia, artigiani e lavoratori, affiancarono sulle barricate i volontari e i soldati da Borgo Scroffa a Porta Padova. Jacopo Cabianca scrisse che l'impegno della battaglia aveva richiamato alle armi persino i vecchi e le donne: il nome di una targa da dipendenza alcolica da le borghigiane di Santa Lucia non gareggiavano solo nell'assistere i feriti, ma anche nel preparare e porgere le munizioni ai combattenti, dietro lo schermo non invulnerabile delle barricate" [43].

Nelsu iniziativa del titolare della tranvia cittadina, fu portata oltre il Bacchiglione la il nome di una targa da dipendenza alcolica da elettrica per l'illuminazione pubblica. A palazzo Angaran avevano sede a fine secolo tre società operaie: la "Fratellanza", quella dei Falegnami e quella dei Macellai. Altro associazionismo qui presente era anche quello della Società Anticlericale e della Loggia Massonica intitolata a " Lelio Socino ".

A fine Ottocento al di là del fiume vi era quindi il quartiere più popoloso e proletario, una sacca di contenimento delle povertà urbane e della vecchiaia impotente, un'area solcata da tensioni e da fermenti d'ordine sociale e culturale, ma anche uno spazio di associazionismo operaio, artigiano, politicamente filorisorgimentale e progressista. In quel periodo erano già frequenti i momenti di ritrovo ludico comunitario in osteria, dove si incrementavano i processi di socializzazione politica e culturale del popolo minuto, caratterizzati da giochi, canti il nome di una targa da dipendenza alcolica da anche da litigi, spesso con i contadini del circondario che la domenica sera venivano a queste feste dalla campagna; importanti le trattorie di Benetto che poteva accogliere oltre persone e "della Luna" di Soave, entrambe appena al di là della Porta Padova.

Ogni tanto, nel corso dell'anno, vi erano banchetti sociali e appuntamenti politicamente significativi [45]. Nell'ottobre un'istanza firmata da cittadini fu presentata all'Amministrazione comunale per ottenere che alla piazza degli Angeli e alla contrà della Fontana Coperta venissero dati rispettivamente i nomi di piazza e di il nome di una targa da dipendenza alcolica da XX Settembre, a ricordo della data della breccia di Porta Pia a Roma, avvenuta nel La Giunta del tempo, presieduta dal conte Antonio Porto, aveva fatta sua la richiesta e iscritta la relativa proposta all'ordine del giorno per l'approvazione del Consiglio comunale, quando pochi giorni prima dell'adunanza un'altra petizione firmata da elettori pervenne al Comune perché fosse conservato alla via l'antico nome di Fontana Coperta e alla piazza degli Angeli venisse dato quello di piazza XX Maggio, a ricordo della giornata che aveva visto uno degli episodi della memorabile difesa del Animata e il nome di una targa da dipendenza alcolica da senza vivaci spunti polemici fu la discussione che si svolse in seno al Consiglio sulle due istanze, desiderosi gli uni che venisse rispettata l'antica denominazione e che il nuovo nome non servisse ad aumentare la discordia fra i cittadini, battendosi gli altri per l'accoglimento della petizione che includeva un concetto accentuatamente politico.

In quegli anni si volle anche affermare l'analogia del quartiere di San Pietro con quello di Trastevere a Roma: si trovava al di là del Bacchiglione come il quartiere romano era al di là del Tevere, come quello veniva spesso alluvionato dal fiume, era caratterizzato da una popolazione quasi a sé stante, popolani di nota tenacia, fierezza e genuinità. Un'ulteriore affinità era data dal ricordo della Repubblica Romana delquando nel quartiere di Trastevere i popolani avevano appoggiato Mazzini, Garibaldi e infine i francesi ed erano stati dichiarati "veri amici della il nome di una targa da dipendenza alcolica da [49].

Proprio per sottolineare queste affinità il nome di "Repubblica di Trastevere" fu attribuito al quartiere popolare di Vicenza nel dai padri fondatori Cevese e Colain, che erano stati i promotori della nuova toponomastica del borgo.

Col suo fiume glorioso … quante memorie ha anche questo fiume! Mi piace dargli questo nome, chi sa che forse i nostri trasteverini non diventino famosi … qui intanto si lavora, si rinnovano le vie, si danno spettacoli e si fanno delle beneficenze, forse Nel fu demolita la Porta delle Torricelle, o Porta Padova [51]. Nel primo dopoguerra la "forma urbis" fu inesorabilmente travolta dallo sviluppo edilizio contemporaneo, per sua natura insofferente di limitazioni e allargantesi, all'opposto, in massa informe e continua, negatrice di ogni attrazione e vincolo di forza centripeta [52].

Nel fu aperta la porta delle Roblandine, permettendo il passaggio da contrà San Domenico a via Legione Gallieno [53]. Sebbene questo termine non abbia mai avuto il crisma di una consacrazione ufficiale e sia di origine esclusivamente popolare, divenne di pubblico dominio e utilizzato anche in atti e documenti. Com'è noto, con il nome di Trastevere viene designato uno dei rioni di Roma e precisamente quello che è separato dal resto della città dal fiume Tevere, compreso fra questo e il Monte Gianicolo.

È il più popolare dei Quartieri della Città eterna e considerato come il nido superstite della pura razza popolana, fiera e turbolenta, che fu il maggiore tormento dei governi passati per le sedizioni e le lotte di cui fu spesso protagonista, come, per tacere delle più antiche risalenti all'epoca romana, quella sostenuta in difesa della repubblica mazziniana nel e, più tardi, durante il nuovo tentativo garibaldino del In ragione dell'analogia topografica e dell'affinità di carattere dei suoi abitanti, a fine Ottocento fu dato il nome di Trastevere alla parte della città situata ad oriente del Bacchiglione, subito al di là del ponte degli Angeli, in prevalenza abitate da gente del popolo.

Arrivando dal centro della città e passato il ponte degli Angeli il nome di una targa da dipendenza alcolica da è subito in piazza XX settembre, nella quale si aprono a raggiera cinque strade. Anticamente era conosciuta col nome di "piazza del Ponte di Porta San Pietro", come si rileva da un documento dell'Archivio del Monastero di San Pietro riferito dal cronista Silvestro Castellini [55].

Nella Guida numerica cittadina del era denominata "piazzetta degli Angeli", dal titolo della chiesa di Santa Maria degli Angeli, a quel tempo ancora esistente al di là dell'omonimo ponte. Sulla piazza, di forma rettangolare, si affacciano il neo rinascimentale palazzo Angaran e il settecentesco Palazzo Bonaguro. Contrà dei Torretti è un'angusta strada che segue il tracciato della linea fortificata costruita dagli Scaligeri nella seconda metà del Trecento e prende il nome dalle piccole torri i "torretti" a quel tempo erette a intervalli regolari lungo la cortina di mura; la posizione di alcune di esse è ancora visibile - o intuibile - sotto l'adattamento che ne è stato fatto ad uso di abitazione [57].

All'inizio della via palazzo Angaranche forma angolo con contrà Santa Lucia, è il primo edificio di una serie di architetture appartenenti a stili ed epoche diverse.

In questa contrà vi sono la sede della Croce Rossa Italiana di Vicenza, pregiato edificio dalle tipiche linee del primo Novecento e la sede della Caritas diocesana, con annesso un dormitorio; un tempo vi era anche Villa Lola, casa di tolleranza. È la strada che collega piazza XX Settembre con l'omonima Porta - anch'essa costruita dagli Scaligeri e ancora esistente, seppur rimaneggiata - che esce dalla città immettendo nel Borgo Santa Lucia.

È caratterizzata da una serie di edifici dei quali si riconosce la struttura medievale e rinascimentale e, in diversi tratti, dai bassi e stretti portici che la fiancheggiano. Nelperiodo di accesi dibattiti tra clericali, moderati e laici progressisti, si discusse la proposta - nata su iniziativa del consigliere Paolo Lioy - di sostituire la denominazione di contrà Porta Santa Lucia con quella di "via XX Maggio", in ricordo della memorabile giornata del Quarantottoquando nelle vicinanze della Porta i volontari vicentini accorsi in difesa della città si batterono vittoriosamente contro le truppe austriache.

Partendo da nord, la prima di queste stradine che parte da piazza dell'Araceli e arriva a contrà Porta Santa Lucia, poco prima di uscire dalla Porta stessa, è il nome di una targa da dipendenza alcolica da Mure d'Araceli perché costruita nei pressi della chiesa di Santa Maria in Araceli ; essa comprendeva un tempo anche il tratto - ora incorporato nella piazza d'Araceli - che giungeva fino alla chiesa [61].

Attraversata contrà Porta Santa Lucia, sulla destra il nome di una targa da dipendenza alcolica da questa e quasi sul limitare della porta stessa, continua nella stradina designata contrà Mure Porta Santa Lucia che, toccando contrà delle Fontanelle e attraversata via IV Novembre, continua poi con il nuovo nome di contrà delle Mure San Domenico, quando giunge a tergo della chiesa intitolata a questo Santo ora Conservatorio Arrigo Pedrollo.

Quest'ultima, stradina stretta e poco frequentata, giunge all'altezza di contrà San Domenico, nel punto in cui, nelfu aperto un nuovo varco nelle mura cittadine fu riaperta la porta delle Roblandinepermettendo il passaggio da contrà San Domenico a via Legione Gallieno. Qui, come nell'ultimo tratto della contrà San Domenico, si vedono in lunga fila le case dei " samitari ", artigiani che lavoravano tessuti serici in samis d'oro, arte assai fiorente fino a tutto il Settecento [62].

Qui della vecchia cinta fortificata nulla più esiste, all'infuori di un tozzo torrione e di qualche resto incorporato nei recenti riattamenti di case; in realtà non esiste quasi più nemmeno la via, attualmente ridotta ai tronconi delle due estremità, al principio cioè da contrà San Domenico e al termine verso contrà Porta Padova; il primo stretto e chiuso da costruzioni, il secondo allargato a mo' di piazzetta e in parte alberato.

Fino al secondo decennio del Novecento si chiamava contrà delle Fontanelle anche il tratto della via IV Novembre che da piazza XX Settembre giunge all'inizio dell'attuale contrà Fontanelle. La contrà delle Fontanelle continuava invece originariamente nella strada del Romano, perpendicolare all'attuale via IV Novembre e che sfociava poi nell'attuale contrà S. Proprio in quel punto di intersezione la contrà della Fontana coperta oggi contrà XX Settembre mutava il suo nome e diveniva contrà S. L'accesso alla strada del Romano è oggi chiuso al pubblico dalla chiesetta di Santa Bertilla, adiacente alla chiesetta dell'Adorazione perpetua e integrata nell'Istituto Farina delle suore dorotee.

Il nome di Fontanelle rimasto al vecchio tronco aveva origine da alcune sorgenti d'acqua che esistevano nel luogo e richiama quello della non lontana contrà Fontana Coperta poi cambiato in contrà XX Settembre.

Nella seconda metà dell'Ottocento, in questa strada fu costruito il grandioso edificio in cui ha sede l'Istituto Farina, sede di più scuole gestite dalle suore dorotee. Nel tratto di nuova costruzione in epoca fascista fu edificato un grande edificio in stile littorioancor oggi esistente e sede dei Servizi di Igiene Pubblica dell'Ulss di Vicenza.

Fino al contrà della Fontana coperta era il nome dell'attuale contrà XX Settembre. Il toponimo derivava da una fonte che esisteva alla fine della contrada, al bivio dove essa si apre a contrà San Domenico e a contrà Porta Padova; era chiamata coperta per una tettoia costruitavi al di sopra per riparare dal il nome di una targa da dipendenza alcolica da e dalla pioggia chi vi il nome di una targa da dipendenza alcolica da recava per attingervi l'acqua [67].