Come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica

Alcol tra giovanissimi, lo sballo e le sue conseguenze - Generazioni del 11/11/2015

Come a disaccustom il marito di alcool senza il suo consenso in casa

Ciak: La penuria estiva? Ridiamoci su per fortuna, è finita. Sempre nella stessa taverna a mezz'ora di autobus dall'università, mi sono avvicinato ai giochi da tavolo. All'inizio in un angolo, ho scoperto che quella scusa per rivedersi non stonatava affatto come piano alternativo.

Sarà per questo che come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica ha conquistato uno che appassionato lo sta diventando? Bateman e la McAdams aprono le porte di casa agli amici per una serata a tema. Lo spunto del film si esaurisce presto. I protagonisti avrebbero potuto essere indifferentemente membri del club del libro o rappresentanti Tupperware.

Mancano loro, purtroppo, le strategie dei giocatori incalliti, i piani studiati nel dettaglio, un regolamento ferreo. Altri amici nostagici, altri giochi per adulti. Non per una notte e basta, questa volta, ma per tutto un mese: un maggio consacrato a un acchiapparello senza confini e senza regole. Una buona scusa per darsi sui nervi a vicenda, per riavvicinarsi.

Forse per l'ultima volta, se l'imbattibile Jeremy Renner convola a nozze, e il matrimonio è come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica perfetta per metterlo con le spalle al muro?

Helms, Hamm e Johnson, con al come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica un'adorabile Fisher e una Wallis in cerca di scoop, tornano a casa come i Perdenti di It. Si ride, in Prendimi! Sono ammessi i tiri mancini, i siparietti ingannevoli, colpi bassi non sempre metaforici: il gioco sporco, pur di aggrapparsi pateticamente al tempo perduto.

Rischieranno di rovinare proprietà private, relazioni e ricordi. Cosa hanno vinto, infatti? Cosa hanno perso? Per fortuna la ruota della fortuna gira, il gioco tiene giovani e in forma e, a volte, il vero trionfo sta nel dichiarare bandiera bianca in nome di un abbraccio da prendere, e poi subito da restituire. Quattro amiche dalla pelle fieramente nera cercano di riallacciare i contatti, con la scusa di un festival nella scatenata New Orleans. La scrittrice Regina Hall, legata alla star di Nick Come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica per convenienza, accetta i tradimenti per mantenere la propria indipendenza; Queen Latifah, giornalista passata alla cronaca rosa, gestisce un blog di gossip che non la rispecchia; Jada Pinkett Smith, infermiera repressa, quando non accudisce i suoi pazienti bada alla sua bisognosa nidiata; Tiffany Haddish — sboccata rivelazione che per questo ruolo ha collezionato perfino qualche nomination — è un'impiegata troppo impulsiva per lasciarsi comandare.

Come recuperare il tempo perso, se non scambiandosi i segreti di amanti superdodati e trucchi per il sesso orale; prendere parte a sfide di ballo sotto allucinogeni che sfociano presto in rissa; spruzzare fiotti di urina su spettatori che non sanno bene se dirsi disgustati o divertiti fino alle lacrime?

Le parolacce non sono una prerogativa maschile. Non sono una prerogativa dei bianchi. Volgarissimo ma da record al botteghino, Il viaggio delle ragazze è all black e, soprattutto, retto da un cast di sole donne: binomio vincente, in questo periodo di commedie giuste come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica momento sbagliato, tra razzismo che purtroppo ritorna e metoo.

L'emancipazione, infatti, sembra passare anche dalla grassa risata. E Malcolm D. Le Barden Bellas sono tornate. Dopo un secondo capitolo che non aveva né il piglio ironico né la colonna sonora del primo. Dopo la fine degli studi, che le ha sorprese confuse, lontane e non sempre realizzate — qualcuna fa i conti con la maternità, qualcun'altra con un lavoro sottopagato. Rimettersi in gioco allietando le truppe in un viaggio per l'Europa, con un tour fa tappa ora dalla Spagna, ora dalla Costa Azzurra.

E scoprire che c'è chi gioca sporco, tra gruppi a come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica che ammettono strumenti e padri redivivi, coinvolti in situazioni di dubbia legalità. Pitch Perfect 3uscito da noi in sordina e in ritardo, è una piacevole via di mezzo a cui non si osava chiedere nulla di più, nulla di meno.

Questa volta, esplorando nuove sottotrame, la commedia musicale si tinge di sfumature criminose, e una regia da action finisce per dare spazio più alle gag comiche di una Rebel Wilson bad-ass che alle canzoni. Un bambino da sottrarre alla custodia di un padre fanfarone e una strana coppia pronta ad accoglierlo in famiglia.

Lo spunto di A Modern Familyvecchio come il mondo, è aggiornato per l'occasione al tempo delle unioni civili e di quelle famiglie monogenitoriali che fanno discutere. Scorretto per finta, è abbastanza innocuo e tenero, in verità, da non scandalizzare troppo neanche il nostro Ministro della famiglia. Tenere l'orfano o non tenerlo: cos'è giusto e cosa sbagliato?

Un bravissimo Coogan e il compagno Paul Rudd, particolarmente bello con la barba da hipster, non si pongono il problema: credono di stare meglio da soli e, dopo dieci anni di convivenza, giurano che il loro amore sia ormai cosa finita. Quel bambino di cui non ricorderanno mai il nome li tiene insieme, li spinge a come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica alle loro priorità e a mettere il prossimo al centro.

Ma la lezione, già familiare agli americani, non rivoluzionerà di certo i nostri cinema, il nostro pensare.

Tre adolescenti pronte a spiccare il volo e i loro rispettivi nonché preoccupatissimi genitori. Leslie Mann, mamma single che teme la solitudine; un inedito John Cena, papà piagnucoloso di una futura campionessa di calcio; Ike Barinholtz, alias il fac-simile di Mark Walberg, che divorziando ha perso la moglie, ma non quella primogenita che tentenna all'idea dell'outing.

Se in una commedia assai alla buona, lo spunto ironico ma affatto iconico è presto servito. Uniti per cospirare contro i capricci delle ragazze e, si spera almeno, per farci ridere.

Giù le mani dalle nostre figliea rischio di confusione con il francese Non sposate le mie figlie! Quello davvero imperdonabile, di difetto, è come spesso succede un altro: il trailer. Lo stesso che ti svela le gag più spassose, tra gare alcoliche per via rettale e tanga prelevati dal cassetto sbagliato. Lo come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica che ti ruba l'ilarità delle situazioni, in una sera prima degli esami a cui, già di tuo, chiedevi le scarse pretese di un'altra stupida commedia americana.

Resto quidi Marco Balzano. Alla prima impressione, scorcio triste e meraviglioso che un giorno vorrei vivamente vedere di persona, aggiungi anche la fascetta promozionale dei romanzi finalisti al premio Strega: riconoscimento che di solito intimorirebbe un po', vero, con il sentore di autorialità e pesantezza che porta con sé, ma che questa volta eppure sembrava sin da subito fare positivamente eccezione.

Resto qui ha l'aspetto giusto, le giuste menzioni e soprattutto, a una seconda occhiata, la giusta trama. È un romanzo giusto, giustissimo — questo l'aggettivo chiave —, ma quanto destinato a restare nel cuore del lettore come promesso dal titolo? Siamo a Curon, provincia di Bolzano: terra di confine e di lingua tedesca divisa tra l'Italia, la Germania e la Svizzera; fra come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica camicie nere e i nazisti.

Un paese per vecchi. Dall'altra, invece, la drammatica notizia della costruzione di una diga che seppellirà sotto venti metri d'acqua due moderne Pompei ed Ercolano. Quelle le montagne, quelli i pericoli, quelle le questioni di vita o di morte di Trina: all'inizio adolescente, poi moglie, che a una prima battuta rifiuta il destino di angelo del focolare, il lavoro in bottega, la compagnia degli uomini, e studia per diventare maestra prima che a Curon venga imposto l'obbligo dell'italiano — una lingua esotica, pericolosa —, con il tedesco relegato invece a lezioni clandestine per non dimenticare le proprie origini.

Non mancano le lotte tra vicini di casa, l'immobilismo generato dalla neve che cade, i moti di scetticismo verso lo Stato e Dio. Conquista dalle prime pagine, invece, una protagonista stoica e appassionata, condannata purtroppo a una solitudine siderale: una Jo March di campagna, che ha tanto della forza dei personaggi femminili di Michela Murgia e Donatella Pietrantonio.

Io invece credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Credevo che mi potessero salvare, le parole. Marco Balzano, scoperto qui, piace e commuove. Ha tutte le carte giuste per funzionare, e senza cattive sorprese funziona, galeotti uno spunto dall'impatto immediato e uno stile per fortuna sempre all'altezza. Potrei dire che è furbo, che è perfettino.

Potrei dire che questa lettera aperta indirizzata a una figlia irraggiungibile — Marica: assente ma presente, incarnazione di un egoismo infantile che me l'ha presto resa presto detestabile — ricordi troppo altri romanzi, perfino La madre di Evapresente nella stessa acclamata dozzina. Potrei dire che, dopo la complessità della prima parte, a poco serva lo stillicidio dei capitoli conclusivi, con battaglie vane e quei paesi dal destino già segnato in partenza.

Emozionando con una storia di ordinaria resilienza, in cui una memorabile mamma coraggio si fa portabandiera di tutta una cultura sepolta e di ciascun genitore lasciato indietro dall'ingratitudine del sangue del suo sangue.

Istruendoci sui torti e le prepotenze che i libri di scuola saltano a pie' pari. Dando alla resistenza un significato alternativo e il volto umano di un Beppe Fenoglio. La lettura infatti è di quelle affatto accidentate, semplici e scorrevoli, che non troppo fanno dispiacere per la mancata vittoria — a chi piace in fondo vincere facile?

Risulta scontato ma bello, tuttavia, andare alla deriva con Balzano. Tornano a galla allora i ricordi dolce-amari, il senso di ingiustizia profondissimo, le voci fantasma dei sopravvissuti all'abisso. Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare. La rabbia, persino quella della violenza inflitta, è destinata come tutto a slentarsi, ad arrendersi a qualcosa di più grande di cui non conosco il nome.

Bisognerebbe saper interrogare le montagne per sapere quello che è stato. Resto qui: imperativo categorico di chi si è imputato, con come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica pugni chiusi sui fianchi e lo sguardo che non ammette repliche. È con piacere che non la si scontenta, Trina, e le si fa dunque spazio all'interno delle nostre giornate.

Con lei, di conseguenza, c'è il bagaglio a mano di una storia che non è soltanto sua. La stessa che riserva forse meno sorprese di una narratrice avanti coi tempi, ma lascia con la curiosità, l'indignazione e l'incanto di spingersi fino alle soglie di questa moderna Atlantide sommersa. Con la speranza di scoprire altri travagli, altri segreti, sotto una superficie che intanto brulica di pesci e memorie. Il mio consiglio musicale: Roberto Vecchioni — Chiamami ancora amore.

Salvare le ossadi Jesmyn Ward. Dici uragano, e subito pensi alla tempestività di una catastrofe che non si prende la briga di avvisare. Alle immagini di un film spaventoso, eppure degno di stupore, passato su tutti i telegiornali tredici anni fa di questi tempi. Le case ridotte a miniature per bambole da buttare via, onde di alberi tegole randagi e lavatrici, divani e bare finiti chissà come sul bagnasciuga, una macchina incastrata tra i fili del telefono come un ragno nella tela.

Lo sfondo, quel Sud remoto di coccodrilli e riti che tanto doveva affascinare, all'epoca, l'undicenne attonito che una simile quantità di relitti, le stesse macerie, doveva averle viste solo quando le Torri Gemelle erano cadute nel bel mezzo di una puntata della Melevisione.

Il titolo: Katrina. I satelliti, in realtà, la avevano avvertita e le previsioni meteo parlato con ampio anticipo: un turbine implacabile, sebbene affatto improvviso, che cresceva come montava il vento. Idealmente ci sarebbe stato il tempo per affrontarlo preparati: lo scatolame da stipare sugli scaffali in dispensa, porte e scuri da rinforzare, gente e ricordi a cui assicurare una fuga certa in casi estremi. I Batiste, famiglia protagonista del primo capitolo della trilogia di Jesmyn Ward, di tempo non ne hanno avuto a sufficienza: impegnati come sono a sbrogliare le proprie vite a un bivio, a disinfettarsi ferite aperte.

Ci sono un padre alticcio e dolente, che campa soltanto con la pensione di invalidità; Junior, il piccolo di casa, che di crescere non ha fretta; Randall, promessa del basket in come per mezzo di magia di salvare la persona da dipendenza alcolica degli esiti di una borsa di studio; Skeetah, il maggiore, proprietario di un pitbull immacolato con una nuova cucciolata sotto le mammelle gonfie di latte.

E infine Esch, narratrice interna e unica figlia femmina. E che proprio a un traditore a sua volta si è concessa — Manny, la pelle dorata e i denti affilati: il migliore amico di Randall —, scoprendo che fare sesso è come imparare a nuotare e che, se in dolce attesa a quindici anni, non si controllano il vomito e l'urina a fiotti, né la fame incontenibile.

Senza età, senza sesso, senza privacy, i Batiste si scambiano i vestiti e si ingozzano di noodles e zuppa di piselli. Questo li rende forse preparati alla calamità? Sono i corpi a raccontare le storie. Essenziale ma dalla potenza cinematografica, Salvare le ossa è il ritratto incantevole e terrificante di una famiglia come tante sullo sfondo di un cielo che muta a vista d'occhio faccia e colore.

Ora ringhia, ora uggiola e infine canta, insieme alla prosa di vento di una scrittrice bravissima.