Alcolismo per la natura di una dannazione

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Imballaggi di bere fermati, contraccettivo durante il mezzo

NelJack London, scrisse una sua drammatica e intensa autobiografia romanzata, per ammonire i lettori a proposito di cosa possa davvero significare la dipendenza alcoolica, e di cosa possa implicare. E decise di chiamare questa sua autobiografia romanzata proprio John Barleycorn. È una alcolismo per la natura di una dannazione, tragica e disperatamente vitale autobiografia alcolica. Senza dimenticare la tenace alcolismo per la natura di una dannazione che si autoimporrà dopo il successo: mille parole al giorno da produrre prima di concedersi un bicchiere.

Fausto Cosentino, autore teatrale di successo, ne ha elaborato una sintesi che è stata letta ed interpretata da Vittorio Ristagno durante VinComics a Levanto, la rassegna culturale dedicata al rapporto tra i vini e i fumetti.

MEMO ne pubblica un estratto. Decisamente alcolico. Buona lettura. Mi successe tutto un giorno di elezioni. Data la calura della giornata, mi feci diverse bevute prima di dare il mio voto e diverse altre dopo aver votato. Poi, sempre a cavallo, avevo ripreso la mia strada attraverso i vigneti e i pascoli della fattoria arrivando a casa giusto in tempo per bere ancora e cenare.

Ero amico. Non sono più amico. Non lo sono mai stato. Ti dà vista chiara, e sogni torbidi. Charmian mi guardava, e si domandava — lo sapevo — dove avessi pescato questa roba. Continuai a parlare. John Barleycorn subiva un accesso di sincerità. E io ero il suo portavoce. Penosamente acquisito. Neanche ora me ne piaceva il gusto. Lo bevevo solo perché mi teneva alcolismo per la natura di una dannazione. E dai cinque ai venticinque anni non mi aveva mai tenuto su. Eppure eccomi qui, alla fine, posseduto dal desiderio del bevitore.

Come temperamento io sono uomo di cuore buono e lieto. Eppure quando cammino con John Barleycorn, soffro tutta la dannazione del pessimismo intellettuale. Dice la verità. Ecco la maledizione. O meglio: lo disse John Barleycorn; infatti stava seduto con me, al tavolo, a sentire questa chiacchierata gradevole e filantropica. Avevo cinque anni la prima volta che mi ubriacai. Era una giornata calda, e mio padre arava nel campo.

Mi avevano mandato da casa — un mezzo miglio — a portargli un secchio di birra. Era, me lo rammento, un secchio da strutto, di bordo molto largo e senza coperchio. Al mio andare, la birra traboccava e mi bagnava le gambe. La birra era una cosa molto preziosa. Io riflettevo. A ripensarci doveva essere meravigliosamente buona. Altrimenti, perché mi avrebbero sempre proibito di berla, in casa? In ogni modo, il secchio era troppo colmo, io me lo sbattevo sulle gambe e lo versavo per terra.

Perché sprecarla? Dapprima sorseggiai la spuma. Evidentemente la preziosità non stava nella spuma. E poi, il gusto non era poi troppo buono. Poi ricordai che i grandi, alcolismo per la natura di una dannazione di bere, spazzavano via la spuma. Ci tuffai la faccia e succhiai il liquido compatto, sottostante. Non era affatto buona. Eppure bevvi ancora. I grandi sapevano il fatto loro. Considerata la mia poca mole e la grandezza del secchio che mi tenevo in grembo, e il fatto che bevevo trattenendo alcolismo per la natura di una dannazione fiato con la faccia sepolta fino alle orecchie nella spuma, era piuttosto difficile valutare quanta ne bevessi.

Non solo, la mandavo giù come se fosse medicina, con una fretta nauseata. Ebbi un brivido, quando ripresi il cammino, e intanto pensavo che il sapore buono sarebbe venuto dopo. Provai diverse altre volte, durante quel lungo mezzo miglio. E mio padre non si accorse di nulla. Io faticavo a camminare accanto ai cavalli. La mia era la condizione di alcolismo per la natura di una dannazione ha combattuto con il veleno.

E, in verità, ero rimasto avvelenato. Nelle settimane e nei mesi che seguirono mi tenni lontano dalla birra come mi tenevo lontano dalla stufa dopo che mi ci ero scottato. Ma le circostanze decisero altrimenti.

Tutte le strade portavano da lui. Una domenica mattina mi trovavo, non so come o perché, alla fattoria dei Morrisey. Gente che correva, uomini che si precipitavano fuor della cucina. Uno era Matt, il Nero, che, lo dicevano tutti, ai suoi tempi aveva ammazzato due uomini. Forse avrei visto quella cosa meravigliosa: un uomo morto. O, almeno, avrei visto una rissa fra uomini. Fu grande la disillusione. Erano troppo ubriachi per darsele.

E io, bambinetto di sette anni, il cuore in bocca, il corpo tremante e teso come quello di un cerbiatto quando sta per scappare, stavo a guardare Matt il Nero e Tom Morrisey spaparanzati sul tavolo, che si abbracciavano e piangevano di affetto.

Subito formarono le coppie, dama e cavaliere, e partirono sulla strada sabbiosa. Era una ragazzina irlandese della stessa mia età. Ero molto fiero, in quella chiara mattina di domenica. Ero un ometto. La nostra visita fu salutata con gioia. Versarono per tutti vino rosso nei bicchieri grandi, e i giovani ballarono e bevvero con le ragazze, seguendo gli accordi di una fisarmonica. Per me quella era una musica divina.

Non avevo mai sentito una cosa tanto bella. Quando i padroni di casa italiani mi avevano, genericamente, offerto del vino, io avevo detto di no. Stava seduto a tavola di alcolismo per la natura di una dannazione a me.

Lo rifiutai, lui si fece severo in volto, e insisté a offrirmi il vino. E allora cadde su di me il terrore, un terrore che ora debbo spiegare. Mia madre aveva certe sue teorie. Più volte avevo sentito affermare dalle sue labbra che se uno offende un italiano, sia pure leggermente e senza intenzione, quello risponde con una coltellata nella schiena. E questo italiano, Piero, aveva quei tremendi occhi neri di cui mi aveva parlato mia madre.

Alcolismo per la natura di una dannazione ogni modo i suoi occhi neri erano anche lucidi e diabolici. Erano occhi misteriosi, sconosciuti. In essi io mi figuravo la morte improvvisa, e rifiutai il vino di malavoglia. Si fecero severi e imperiosi, mentre spingeva verso di me il alcolismo per la natura di una dannazione pieno. Che cosa potevo fare? Non ho mai conosciuto come allora la paura della morte.

Mi portai il bicchiere alle labbra, e gli occhi di Piero si placarono. Soltanto allora capii che non mi avrebbe ucciso. Questo fu un sollievo. Ma non fu un sollievo il vino. Era scadente, nuovo, amaro, e agro, fatto con gli scarti dei vigneti e delle pergole, e aveva un sapore anche peggiore della birra. E in quel modo io presi il vino.

Gelato di paura, disperato della sorte che mi toccava, mandai giù il secondo bicchiere come il primo. Ma a Piero questo parve troppo. Doveva condividere il prodigio infantile che aveva scoperto. Stavolta me ne dettero un bicchiere pieno.

Per vivere uno fa qualsiasi cosa.