Come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali

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Cura di sindrome di hungover di alcolismo della casa

Duecentoquaranta euro al mese per figlio sarebbe una riforma che mette qualcosa nelle tasche degli italiani, e questa è cosa buona e giusta. Naturalmente in qualche modo dovrà prendere risorse dalle tasche dagli italiani si parla di varie rimodulazioni, per esempio di quotadel reddito di cittadinanza, degli 80 euroma anche qui niente da dire. La leva fiscale — il chi paga cosa, e quanto, e il chi riceve cosa, e quanto — è uno strumento per cercare una specie di equilibrio economico dove non ci sia chi ha troppo poco.

Di fatto, il peso come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali bonus, delle come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali, degli 80 euro, del reddito di cittadinanza, è sostenuto dalla comunità spesso a debito, quindi dai figli della comunitàmentre i salari sono fermi.

Insomma, dal grande dibattito nazionale su come e in che modo e in che quantità dare una mano ai redditi degli italiani al netto delle convenienze tattiche, sia Pd che 5s hanno dato qualcosabrilla per assenza la parte privata che paga gli stipendi.

Anzi, capita sempre più spesso che sposti qui e là, dove più conviene, residenze fiscali, e quartier generali, o che delocalizzi, o che precarizzi i lavoratori. Anzi, il pensiero dominante e abbondantemente praticato è che se stanno meglio i ricchi, poi cadrà qualche briciola dalla tavola anche per gli altri, una cosa che si continua a sostenere, ma che è smentita nei fatti e dai numeri in modo clamoroso negli ultimi dieci anni.

Se davvero lo Stato intende attuare una politica economica che va incontro ai redditi medio-bassi, cosa che si spera fortemente, dovrebbe chiamare a partecipare anche quella parte di Paese che negli ultimi dieci anni si è arricchita, anche con grandi aiuti pubblici, decontribuzioni, sconti, sanatorie, salvataggi.

Insomma, il capitalismo italiano. Avanti con il cielo! Niente estremismo, quindi. Che è lecito solo in pochissimi terribili casi, che prevede paletti rigidi e severissimi. Ed ecco arrivare la caricatura, la visione estrema che polverizza il ragionamento. Nelle incursioni, e scritti, e interventi di chi sostiene un no duro, puro e definitivo a qualunque eutanasia, si presenta una realtà parallela in cui lo Stato autorizza il suicidio di chiunque, in qualunque momento.

Cazzo, ho preso quattro in fisica… beh, tranquillo, vai alla Asl e ti fai fare una puntura di curaro. Oh, mi ha mollato la ragazza! E subito il medico pone fine alle tue sofferenze di giovane Werther. E il meccanismo, poi, è semplicissimo. Nessuno che chieda: tutti chi? Gli africani? I libici? Come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali siriani?

Tutti sette miliardi di esseri umani? E perché, poi? Ogni discorso pubblico ne è pieno, se ci fate caso, ogni discussione, o confronto, tende a creare una situazione paradossale, estrema ai limiti del surreale, e poi a discutere di quella, invece che della realtà.

Oplà, facile, no? Il Fatto Quotidiano mi ha chiesto di recensire il libro di Flavio Oreglio sulla storia del cabaret. Storia del cabaret da Parigi a Milano Sagoma editore. Ecco qui. Basta una piccola pedana, a volte nemmeno un microfono perché si parla a platee minuscole, intime.

Poi serve saper mettere insieme le parole, spesso i gesti, a volte suoni e musica, ed ecco il cabaret. Già dalle quattro piccole prefazioni Enrico Intra, Roberto Carusi, Tinin Mantegazza, Roberto Brivio si capisce che fa sul serio, che il saggio storico si mischia al pamphlet critico. Pensate a Gaber, ci dice Oreglio: era forse soltanto risata?

Con tutto che e diciamolo! Dunque Oreglio rivendica, con il giusto orgoglio, la specificità di un genere, e questa sua dichiarazione di poetica, annunciata come un manifesto programmatico, viene confermata riga dopo riga, nella strabiliante evoluzione della storia. Davvero un peccato non aver assistito e per forza, era quasi tre secoli fa! Poi, la diaspora. Dalla Parigi mitica della Belle Epoque alle più disparate avanguardie europee. Ha giocato con i fermenti della Berlino degli anni Venti e Trenta avete presente un certo Bertold Brecht?

E poi viene il bellola capacità di abbeverarsi a un movimento e di crearlo fatto di giornali satirici, fogli irriverenti, sfide al pensare solito e comune. Cavalcata entusiasmante che qui mi scuso si riesce solamente ad abbozzare. Cioè, speriamo. Sabato 5 ottobre — Brescia — ore Sabato 12 ottobre — Mestre — ore Domenica 20 ottobre — Genova — ore Italia e Germania allo stadio Azteca di Città del Messico Muhammad Ali e George Foreman allo stadio di Kinshasa Renzi e Salvini a Porta a Porta a Roma Il contesto è noto, dunque, senza nemmeno fare grandi sforzi di fantasia se ne potrebbe scrivere la cronaca prima che accada.

I characters in campo si conoscono, è una battaglia culturale, perché ogni venditore di aspirapolveri ha il suo stile e il suo linguaggio. Uno va alla fiera della cipolla popolare, a contatto col territorio, qui si lavora, via i negher! Dunque il format Renzi-Salvini di metà ottobre sarà paragonabile ad altri format televisivi.

Uno che dice Mojito! Già se ne sanno i toni, già si immaginano le pose e le mossette. Di Salvini sappiamo quella passione per gli elenchi con le dita che contano, metà arbitro di pugilato e metà dizionario dei sinonimi. Di Renzi si sa la finta autoironia e certi guizzi teatrali. Si prenderanno a colpi di Bibbiano in faccia, evabbé. E poi ci sarà spazio per il leader generalista, il mio format preferito.

Renzi pare espertissimo in ogni tipo di sport purché si vinca: Formula Uno, pallavolo, scherma, ginnastica artistica, farà la battutina sui viola; Salvini farà il Berlusca e detterà la formazione del Milan o qualcosa di polemico, come uno della curva, ma ancora a come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali libero. Niente di collettivo, mi raccomando, solo esercizi di stile privati esibiti in pubblico, come è giusto per tifosi personali di partiti personali, privati, esibiti in pubblico.

Restiamo amici. Ti lascio ma è per il tuo bene. Io non ti merito. Ci vediamo in giro. La vita continua. Devo riflettere. Una pausa ci farà come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali. Si è ventilato persino di Boschi presidente del partito, che è come mettere la volpe a guardia del pollaio.

Renzi fa le valige e si porta via due ministri e un sottosegretario, tutta gente che si sbracciava scrivendo senzadime, mai, meglio morto, dovrete passare sul mio cadavere, zotici maledetti che sbagliate i congiuntivi; e poi hanno fatto inversione di marcia in autostrada. La cosa più ridicola della fuga di Renzi Matteo è la narrazione sulla casa da cui scappa: il Pd descritto come un partito comunista, sinistra estrema, Soviet supremo, dove i grandi pensatori centristi sarebbe lui, Renzi, magari anche Rosato e Scalfarotto, per dire del trust di cervelli sono angariati in tutti i modi, mandati in Siberia, ostracizzati e come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali ai margini pur avendo il capogruppo, due ministri, un sottosegretario.

Dunque tenta di passare per un democratico moderato che fugge da un partito nordcoreano. Non è difficile leggere la faccenda in filigrana: il partito nordcoreano gli va bene solo se Kim Jong Un è lui, se no tanti saluti.

Ma basta con il passato. Basta con le recriminazioni, le ripicche, gli sgambetti. Renzi fa il suo partito, di ispirazione boyscoutiana-jovanottesca-recalcatian-leopolda, che tradotto in italiano significa tanta fuffa, ma tanta fuffa, e colpi a sorpresa ogni minuto.

Mentre tutti avevano capito benissimo che Matteo Renzi ha una visione, un orizzonte culturale, un disegno politico e un enorme sistema di valori precisissimo, che è riassumibile in due semplici parole: Matteo Renzi. Spettacolari, i fascisti italiani. Nel senso che lo spettacolo è impareggiabile: salti mortali, carpiati e piroette. Il fascista che si appella alla democrazia fa molto ridere, è come il rapinatore che chiama il Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione.

Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene.

Invece no. Del resto, si sa leggere il prospetto illustrativo che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Sessantasei 66 stragi di piazza Fontana. Quattordici 14 stragi di Ustica. Anno di graziaItalia: millecentotrentatré 1.

Ma nel caso delle morti sul lavoro quella distanza è siderale. Le vedove, i figli, i compagni di lavoro, quel sudore freddo che mischia dolore e dispiacere, insieme a un pensiero che agghiaccia: poteva capitare a me. Ogni tanto una storia balza in primo piano. Di lavoro si parla molto, moltissimo. E intanto si muore, con quella vigliacca copertura delle parole per dirlo: incidente, morti bianche, infortuni, disgrazie.

Tutte cazzate: i crimini sono in picchiata, gli omicidi diminuiscono. Uff, la burocrazia, uff, le norme, uff, la prevenzione, tutte cose che costano, che erodono i margini di profitto. Destino, fatalità, parole pietose che coprono una vergogna nazionale. Chiamate qualcuno! Un apologo che ci dice questo: le vie del Signore saranno infinite, ma anche la manutenzione è importante. La seconda: come forzerà per fermare il marito per bere da metodi nazionali solo?